Quella della I.M.N. (Industria Meccanica Napoletana) è la storia di una fabbrica di moto nata nel Meridione d’Italia, una storia sconosciuta ai più, la storia di un marchio che nel secondo dopoguerra dette il proprio contributo alla diffusione della mobilità individuale degli italiani.
Raro esempio di costruttore di motoleggere nel Mezzogiorno d’Italia, secondo solo alla calabrese O.M.C. (Officine Meccaniche Calabresi) che produsse la sua prima moto agli albori degli anni ’30 del XX secolo, le origini della I.M.N., risalgono ai cantieri navali di Baia nei pressi di Pozzuoli (Napoli) la cui attività produttiva era iniziata intorno agli anni venti; nel 1936, dopo la crisi del 1929, i cantieri vennero riconvertiti alla produzione di siluri.
Solo dopo il secondo conflitto l’ex Silurificio di Baia viene trasformato nella I.M.N.
L’I.M.N. nasce infatti dal silurificio italiano negli anni dei grandi conflitti mondiali dopo i quali sorge il grande problema della riconversione industriale.
Le industrie che erano state impegnate nel campo bellico devono riscrivere le loro sorti per sopravvivere e il silurificio italiano di Baia scende nel campo della produzione motociclistica.
Il silurificio, nel 1945 venne riconvertito in fabbrica motociclistica denominata Industria Meccanica Napoletana, successivamente nel 18 marzo del 1948, gli stabilimenti,, vennero rilevati da Finmeccanica costituita dall’IRI, Istituto per la Riconversione Industriale per gestire le industrie meccaniche e cantieristiche che per motivi vari presentavano prospettive più incerte o negative, e che tuttavia non erano ancora in grado di riconvertirsi rapidamente dopo aver prodotto su commesse belliche.
Alla fine del 1956, viene presentata la Rocket 200, con motore a due cilindri orizzontali contrapposti di 200 cc, distribuzione ad aste e bilancieri, potenza di 11 CV a 6000 giri/min, cambio in blocco a quattro velocità con comando a pedale e trasmissione finale ad albero. Il telaio è in tubi a traliccio con motore a sbalzo (antedesignani dei telai Ducati), forcella telescopica anteriore e ammortizzatori posteriori semi-idraulici.
Chiamata “la napoletana”, era un modello unico nel suo genere perché dotato di alcune peculiarità alquanto inedite: tutto il gruppo propulsore costituito da motore, cambio, forcellone, trasmissione finale, costituiva un tutt’uno che, infulcrato nella parte inferiore del telaio, era reso oscillante così da fungere da sospensione posteriore.
Tutto cambiò quando Carlo Giannini, uno degli ingegneri più celebri nella storia del motociclismo italiano, entrò a far parte della IMN. Che curriculum! Nel 1934, Giannini, insieme a Remor, supervisionò la creazione della Rondine per la CNA, che sarebbe diventata la prima motocicletta da Gran Premio a quattro cilindri della Gilera. Giannini lavorò brevemente alla Moto Guzzi, dove creò la Tarf, detentrice di diversi record, insieme a Piero Taruffi , seguita nel 1952 dalla moto da Gran Premio con motore a quattro cilindri in linea longitudinale. Spirito irrequieto, l’ingegnere lavorò poi per la MV Agusta, dove progettò un bicilindrico da 300 cc con doppio albero a camme in testa. Originario di Roma, Giannini, all’epoca sessantatreenne, tornò nel sud Italia, entrando a far parte della IMN.
Lì avrebbe creato due straordinarie motociclette di piccola cilindrata, sebbene troppo sofisticate per essere vendute a un prezzo accessibile, soprattutto per un piccolo marchio come la IMN. Presentati al Salone della Moto di Milano del 1956, questi nuovi modelli – una Baio da 100 cc completamente nuova e la Rocket, una bicilindrica boxer da 200 cc – condividevano lo stesso concetto (comune alla stragrande maggioranza degli scooter moderni): motore e forcellone sospesi e articolati, montati sotto un telaio a traliccio tubolare. Le somiglianze finiscono qui. La Rocket è spinta da un elegantissimo motore a quattro tempi da 200 cc con valvole in testa, trasmissione ad albero e ingranaggi conici alloggiati in un basamento aerodinamico.
Motore bicilindrico boxer a quattro tempi – 198 cc (52 x 46,5 mm) – 11 CV a 6000 giri/min – Valvole in testa – Carburatore singolo Dell’Orto – Lubrificazione a carter umido – Cambio a 4 marce con selettore a destra – Avviamento a pedale – Trasmissione a cardano e ingranaggi conici – Telaio a traliccio tubolare – Sospensione anteriore telescopica, sospensione posteriore, gruppo motore-trasmissione oscillante, doppio ammortizzatore – Freni a tamburo centrali – Pneumatici 2,75 x 19″ – 120 kg – 120 km/h.
Le sue prestazioni dichiarate sono allettanti: 11 cavalli, 120 kg e 120 km/h, ma la produzione rimase estremamente limitata. La IMN dichiarò bancarotta nel 1958 e fu rilevata da Finmeccanica.
Per la sua ultima creazione, il celebre ingegnere Giannini cercò di fare troppo, e l’ambiziosa Rocket raggiunse solo una produzione limitata.
Molteplici sono i motivi che portarono alla chiusura: l’incapacità di creare una efficace e capillare rete di vendita e assistenza, l’insipienza dei burocrati dell’IRI/Finmeccanica che avevano occhi solo per i grandi complessi industriali (quali, per esempio, il polo siderurgico ILVA di Bagnoli) ed infine la crisi delle due ruote nel ruolo di mezzo di motorizzazione di massa, fortemente contrastato dalle arrembanti utilitarie a 4 ruote, FIAT 600 e Nuova 500 prima di tutte.





